10/06/2006
Onore al merito
"Onore al merito" è un bel modo di dire. Che diventa sempre più argomento d'attualità. Ne hanno discusso, nei giorni scorsi, gli "amici dell'Aspen", in cerca di un tema cui ispirare il loro convegno annuale (legandolo naturalmente a innovazione, formazione e competitività, buone leve di sviluppo economico). Sul "merito" ha insistito Matteo Colaninno, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, al convegno dell'associazione a Santa Margherita, stimolando un lunghissimo applauso. E ampi consensi ha raccolto, sempre a Santa Margherita, il vicepresidente del Consiglio Massimo D'Alema quando ha parlato di "premi al merito", alle aziende migliori, alle persone più capaci (un "merito" che va di pari passo con l'eguaglianza delle opportunità: valori che non sono un ossimoro ma una chiara indicazione della nostra Costituzione). Declina la cultura dell'egualitarismo (una dimensione ideologica, che appiattisce qualità e capacità individuali, senza garantire una reale eguaglianza). Prende piede una nuova cultura che non può non fare bene al nostro Paese, in cerca di ripresa, di riscatto, di "rinascita" (un'altra parola che per fortuna torna di moda).
Ma di cosa parliamo, quando parliamo di merito? Naturalmente non di selezione da darwinismo personale e sociale. Ma di una serie di scelte, politiche e sociali, che valorizzino chi è capace di crescere, lavorare su nuove idee, impegnarsi a raggiungere buoni risultati, affermare eccellenze personali e professionali, raggiungere un primato. A scuola, meritocrazia vuol dire premiare chi studia e chi insegna meglio (benvenute, dunque, le valutazioni severe anche nei confronti dei professori e la crisi degli stipendi e delle carriere uguali per tutti). In politica, chi vara programmi ambiziosi e li realizza, nell'interesse comune. Nello sport, chi vince rispettando le regole, senza addomesticare gli arbitri e truccare in un modo o nell'altro le gare. In economia, chi raggiunge risultati di qualità. E così via continuando, con una scommessa sociale (la fine delle protezioni) e una scommessa politica, per tutti coloro che parlano di "riformismo coraggioso".
Parlare di merito e meritocrazia piace, naturalmente, agli imprenditori che, per definizione (l'imprenditore è un innovatore, un rivoluzionario, secondo i testi classici), hanno come caratteristica fondante la competizione. Ma - ecco la domanda che Bartleby non può non porre - nelle imprese italiane è davvero così diffusa la cultura del merito? Al di là degli applausi nei convegni, merito vuol dire accettare che le imprese meno dinamiche e produttive chiudano i battenti, senza protezioni corporative (tanto per restare ai classici, è proprio questa la "distruzione creativa" teorizzata da Schumpeter, molla reale della crescita economica e dello sviluppo). Sapere reggere la concorrenza fuori dai "salotti" di potere e dai recinti protezionistici locali. Oppure costruire un percorso di carriera per cui al vertice, al governo dell'impresa, arrivi il manager migliore e non il figlio del proprietario proprio in quanto figlio. Oppure ancora fare rispettare le regole per cui gli appalti siano vinti da chi fa un'offerta migliore, per prezzo e qualità e non chi è più raccomandato, più tutelato e sorretto dalla corporazione o dai legami politici e clientelari. Ma quanti, tra i nostri imprenditori, sono davvero pronti ad accettare un sistema così, un'effettiva affermazione della meritocrazia?
Alla cultura del merito, naturalmente, si lega la cultura del mercato (disciplinato da buone, chiare regole ed efficaci sanzioni). E dunque quella della competizione. Culture estranee, a lungo, al costume sociale diffuso in Italia, paese familista e corporativo. Ma culture essenziali, da fare vivere davvero. Prendendo finalmente atto che proprio il merito (con l'eguaglianza delle opportunità e l'equità fondata sul riequilibrio dei differenti punti di partenza) è un valore profondamente democratico. Non una bandiera da convegni. Ma una dimensione etica: delle libertà e delle responsabilità. Che i giovani imprenditori (spesso già figli d'imprenditori, socialmente forti e protetti) e un uomo di sinistra come D'Alema ne parlino tanto è un buon segno, scommessa di fiducia per tutto il Paese.
19:56
Scritto da: antonio.calabro
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Commenti
Hai proprio ragione caro Bartleby, il concetto di merito tra i nostri imprenditori è merce rara. Perchè un mercato basato sul merito premia gli imprenditori che investono sul capitale umano e sulla propria azienda, non sull'acquisto di una bmw o mercedes per mostrarsi agli altri ricco e potente. Una massa enorme dei nostri imprenditori ha fatto le fortune dell'italia ma si sta dimostrando inadeguata alle sfide di oggi. E allora subito a chiedere aiuti di stato, a chiedere quelle protezioni a volte imbarazzanti che l'europa e il resto del mondo non possono garantire. certo, alcuni principi devono valere per tutti e guai a vendere merce prodotta con il sangue di bambini, ma i problemi delle aziende italiane sono di competitività, non di costi. Le aziende tedesche, del nord europa hanno una produttività migliore, investono molto più di noi in ricerca di processo ma soprattutto di prodotto, pagano le tasse e quindi lo stato riconosce ammortizzatori sociali importanti ai dipendenti creando meno tensioni tra sindacato e imprese. Da noi niente di tutto ciò. E allora speriamo veramente che il mercato faccia il suo corso, che lo stato stani gli evasori e garantisca a tutti le stesse opportunità. e vinca il migliore
Scritto da: null | 12/06/2006
Io faccio il dentista, ho sempre pagato le tasse, e l'unica dipendente l'ho assunta ovviamente per merito: essendo la sola che mi aiuta, proprio non avrei potuto adottare altro criterio. Con ciò, caro Bartleby, le chiedo se è proprio convinto, come direttore di un giornale, di predicare bene e razzolare bene. Immagino che anche nel posto da lei diretto ci siano persone preparate, istruite e volenterose che però ricoprono ruoli ingrati o si trovano contrattualment e alle soglie del precariato, e invece dirigenti e dipendenti favoriti che scrivono peggio di un analfabeta, giornaliste che si vestono come baiadere, redattori che passano metà tempo sul solitario di Windows, e via dicendo. Prima di fare tanto moralismo e tirare fuori Schumpeter sarebbe bene guardarsi meglio allo specchio e valutare se in casa propria ci sono persone meritevoli e sacrificate e se l'azienda che si gestisce è per davvero esente da favoritismi, raccomandazioni , sviste.
Scritto da: null | 13/06/2006
Ma in che mondo vivete? esiste o non esiste la selezione in natura ?
i raccomandati i sindacalisti i ruffiani sono un SELEZIONE naturale .
I POLITICI CONCORRONO A PARTE.
CON AFFETTO mafesu
Scritto da: null | 15/06/2006
sento una brezza che spira da .............. si trasformerà in un uragano che .....
meno ministri , fatto! meno sottosegretari. fatto! meno ministri, fatto! meno mortadella, NON FATTO ! più femmine , fatto! meno vascelli e polo , fatto! meno sidacalisti, fatto! più burocrazia, fatto!!
Scritto da: null | 15/06/2006
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